Passeggiando nella cittadina di

Silmaril
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Gaia La Signora delle Foreste


Il mio nome è Gaia, Signora delle foreste.
Quella che vado a narrare è la storia della mia fanciullezza, della mia vita, è la mia storia. Ma andiamo con ordine...
I miei ricordi dell'infanzia sono, come è logico, confusi e incerti (fino a poco tempo fa la figura di mia madre era sconosciuta alla mia mente), vivevo serena con mio padre, uomo di nome Olaf, cacciatore che portava sul corpo cento e più cicatrici, medaglie di mille battaglie, conquistate tra il sangue dei nemici e quello dei fratelli. Olaf era uomo dai modi bruschi, come sono soliti essere gli uomini d'armi, ma capace nei miei confronti di un amore paterno così grande che le parole non possono definirlo, e con lui trascorrevo le mie giornate nei quartieri poveri della capitale.

Gaia La Signora delle Foreste

Almeno così fu fino all'età di quattro anni, tempo in cui degli uomini, o meglio come loro stessi esigevano esser chiamati, elfi, furono ricevuti da mio padre, parlarono in privato per pochi minuti soltanto, ma quei minuti mi parevano ore e ad ogni battito di cuore il tono degli stranieri diventava più arrogante e minaccioso.
Se n'andarono senza porgere il saluto, anzi mi salutarono con un'occhiata piena di odio e di astio.
Odio e astio verso una bambina di quattro anni.
Al tramonto mio padre mi portò lontano, fuggimmo in una foresta a diversi giorni di cammino dalla nostra casa, e lì Olaf costruì un riparo che col trascorrere del tempo divenne capanna e poi casa. In quella foresta Olaf m'insegnò ciò che so.
Come ho già detto mio padre era guerriero, ma non per questo amava le battaglie, anzi è suo insegnamento di come possa essere potente un fendente di cavaliere portato con il fragore del tuono, ma di come sia mortale il guizzo di una fredda lama verso il cuore del nemico, per vibrare tale colpo però era necessario, mi diceva, diventare tutt'uno con ciò che mi circonda, a muovermi leggera come farfalla e mortale come cobra, a respirare con la mia vittima prima di togliere a quella il dolce abbraccio del sole.
Olaf mi ha dato insegnamento su come tenere tra le mie dita la vita di chi mi sta intorno, insegnandomi a far tesoro delle mie qualità naturali quali sono la destrezza e l'agilità, proprie degli elfi, razza di mia madre (perchè ormai mi avrebbe dovuto negare la verità? Io non ero come lui nelle mie vene non scorreva il sangue degli uomini, o almeno non solo, non ero più bambina e i lineamenti di coloro che ci avevano cacciato ora li rivedevo mentre mi rispecchiavo nelle acque del limpido lago), ma a perdere le caratteristiche materne come la debolezza e la fragilità, e ho anche rinunciato agli addobbi di tuniche e nastri per proteggermi col ferro, imparando a tirar di spada e con l'arco.
Vivevo di nuovo felice con il mio caro padre e lui era fiero dei miei giornalieri progressi, e mi premiava con quella sua burbera gentilezza che mi scaldava il cuore.
Trascorsero così dieci anni e più dall'ultima volta che vidi il sole della città degli uomini, per abbandonarmi al sole delle foreste che sentivo mio, ma che mi tradì nel tempo del meriggio. Piovve su di noi una moltitudine di frecce e mille e più incantesimi che bruciavano come fuoco o scavavano le carni di mio padre come acido che si era predisposto in mia difesa, combattendo battaglia impari fino a che io non mi fossi riparata in casa. Guardai da uno spiraglio chi era il nemico e vidi dieci, venti o più maghi e guerrieri accanirsi su mio padre, stremato da un confronto già perso in partenza.
Piansi per la vista di quel sangue, così caro, piansi e pietrificata dal terrore, o meglio dalla realtà che mi si parava innanzi, compresi che non era Olaf che aveva recato loro torto, ma era la mia nascita la causa del loro accanimento, io sola ero la causa di tanto livore, io sola.
Mille pensieri affollavano al mia mente, io ero la causa del dolore della persona che amavo di più, io che ero chiamata "incrocio", "mostro", volevano la mia testa per motivi che tutt'oggi nemmeno riesco a immaginare. Arrivò un momento in cui non riuscivo più nemmeno a pensare, l'unica cosa che passava per la mia mente era "Loro sono qui per uccidere un mostro, io sono il mostro, Olaf sta morendo per proteggermi" e innalzai al cielo preghiera per la mia morte credendo, folle idea, che questa avrebbe salvato mio padre. Le mie preghiere salirono al cielo e questo, come se le avesse udite, cambiò dall'azzurro al plumbeo come se la Morte avesse disteso le sue ali su di me.
Ma quelle ali non erano le ali della Morte, almeno non per me.
Un enorme drago discesa dal cielo, portava con sè un'elfa, ebbi tregua dalla mia follia quando incrociai il suo sguardo, elfa lo era senza dubbio, ma i suoi capelli erano del colore dell'argento come se mille tormenti l'avessero martoriata in questi anni, e i suoi occhi non erano pieni della viltà dei nostri assalitori, ma brillavano di triste fierezza.
Appena discese dal drago quelli la apostrofarono con frasi che mai più voglio sentir ripetere, ma che mi fecero capire che Castalia, quell'elfa, era la madre del mostro, mia madre.
Dalla sua compostezza quasi irreale scaturì minaccia per quelli, e quando voltarono le armi pure contro di lei, forti della forza dei vili com'è loro uso, alzò gli occhi verdi di smeraldo agli avversari e sussurrò poche parole che si fusero in soffio di fuoco, imprigionandoli in gabbie di morte.
Due anni trascorsero da quel giorno e io mi allenai nell'arte della magia con Castalia, mia madre, e in quella del ferro con Olaf, mio padre, fino ad oggi, giorno in cui ho deciso di intraprendere il mio viaggio.
Questa è la mia storia e ho solo un'ultima cosa da aggiungere, coloro che mi volevano morta sono morti, ma non è morto l'odio che li animava nei miei confronti, io voglio solo vivere la mia vita in pace e non ho rancore verso di loro.


Gaia La Signora delle Foreste








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