|
Osithorn rubra calva
Esattamente quando nacqui, e nacqui in una vecchia baracca non molto moderna ed
isolata da tutto e da tutti, nell’intero regno di Igubai si sentì un boato talmente forte da
far raggelare il sangue: l’avvertimento dell’arrivo delle truppe del male al confine del nostro regno.
Fino ad allora il male non era mai penetrato nel nostro regno, si viveva in piena pace e tranquillità,
e forse non sarebbe entrato neppure quella volta grazie alle nostre truppe, il Corpo delle Guardie.
Di certo non era un regno ricchissimo, ma sicuramente felice. Ora questa felicità era terminata.
I nostri guerrieri sarebbero corsi per entrare nel Corpo delle Guardie, uomini forti e intelligenti anche
se poveri, ma certamente grazie alla forza, la loro caratteristica principale, sarebbero riusciti a sconfiggere
i nemici del bene.
Dopo 10 anni dovetti andare in una scuola, dove andavano tutti i giovani dai 10 anni in su, per affinare
conoscenze ed abilità nel campo delle armi e del combattimento. Quando arrivai alla scuola mi fecero
entrare in una grande casa piena di ragazzi più grandi di me. Mi insegnarono tutto ciò di cui
avrebbe avuto bisogno un ragazzo che doveva entrare nel Corpo delle Guardie.
All’età di 16 anni trasferirono me ed altri miei coetanei in una fortezza ancor più
grande della precedente. Questo luogo era molto speciale: dall'esterno non si vedeva perché era nascosta
da una fitta nebbia artificiale prodotta da potenti alchimisti. C’erano poche finestre ed ancor meno porte
anche se molto grandi, ed era circondata da quattro mura, in ognuna delle quali c’era un portone sorvegliato
da quattro guardie. Le strade principali erano costeggiate da molti grandi alberi. All’inizio mi portarono
in una piccola casetta di legno adiacente alla fortezza. All’interno c’erano un tavolo molto grande, tre
persone anziane e molti ritratti appesi alle mura, probabilmente di generali e comandanti del Corpo.
Gli uomini erano intenti a scrivere le risposte alle domande che facevano alle nuove guardie. Quando
arrivò il mio turno, ero uno degli ultimi, un vecchio uomo dalla lunga barba bianca mi domandò:
"Il tuo nome e quello di tuo padre e di tua madre?".
Io risposi: "Io mi chiamo Osithorn, mia madre Sorin e mio padre Mahrant".
Lui trascrisse le risposte e mi disse di andare nel salone sulla destra della casetta. Obbedii.
Quando entrai nel salone c’erano centinaia e centinaia di persone intente a mangiare cibi appetitosi,
dalla folla si sollevavano grida e risate. Mi sedetti e diedi un'occhiata in giro. Un inserviente mi
portò da mangiare.
Accanto a me c’era un uomo gigantesco e molto muscoloso. Appena si accorse che lo stavo guardando si
voltò verso di me e mi disse: "Sei nuovo, vero?". "Sì" risposi. Lui continuò: "Non ci
metteremo molto a dover dare manforte alle Guardie giù al confine". Non sapevo cosa dire, mi
sentivo a disagio, comunque cominciai una vivace discussione con il mio nuovo amico, si chiamava Daeir.
Iniziammo un duro allenamento che durò parecchi mesi, ma poi finalmente ci mandarono a
combattere. Sembrava che il Nemico avesse mandato rinforzi e quindi se volevamo riuscire a respingerli
dovevamo mandare rinforzi anche noi. Per il viaggio ci fecero salire su dei carri, ce ne saranno stati
almeno cento, ognuno trainato da due cavalli. Saremmo arrivati al fronte in meno di un mese.
Venticinque giorni dopo arrivammo al campo dove c’erano le prime battaglie, ma la vera battaglia la
combattevano qualche chilometro più a sud. Ci portarono giù,dove c’era il vero
combattimento, e restammo lì a combattere per giorni, mesi, in cui morirono molti nemici ma
anche dei nostri.
Purtroppo quando la vittoria era vicina i nemici vennero aiutati da nemici ancora più forti e grossi,
c’erano poche possibilità di vittoria. In pochissimo tempo il campo di battaglia era lastricato
da cadaveri delle Guardie. Quando eravamo ormai in pochi decidemmo di mandare avanti quelli ancora
abbastanza in forze e di mandarne due, quelli migliori, indietro ad avvertire il Comando delle Guardie
dell’accaduto. Io ero uno di quelli che dovevano andare a combattere. Il giorno dopo la decisione
mettemmo in atto il piano. Quando ci scagliammo addosso ai nemici loro ci fecero a pezzi, eravamo pochi e
deboli. Alla fine un piccolissimo gruppo riuscì a mettersi in salvo fuggendo verso la montagna
lì vicino. Per fortuna ero tra quelli.
Quando arrivammo in cima alla montagna stava cominciando a piovere, quindi ci riparammo in una grotta
dove accendemmo un bel fuoco e cercammo di aiutare i feriti. Non ce la facevo a rimanere lì
a non far niente mentre il mio regno veniva occupato dai nemici, così partii. Per strada ebbi
l'impressione di essere seguito, anche se non vedevo da chi.
Dopo un lungo viaggio verso ovest scoppiò un violento temporale e mi riparai in una grotta.
Quando entrai mi accorsi che non era disabitata: c’erano dei disegni sulle pareti e
della legna accatastata in un angolo. Mi tranquillizzai notando che quegli oggetti sembravano vecchi,
ma mi sbagliavo.
Visto che dovevo rimanere in quella grotta per parecchio tempo, a giudicare dal violento temporale,
misi il mio sacco per terra come cuscino, il mio mantello come coperta ed accesi un bel fuocherello
che sprizzava lingue di fuoco un po’ dapperttutto.
Poi presi del pane secco dal sacco ma, quando stavo cominciando a mangiare, mi accorsi di non essere solo
in quella grotta: un fulmine illuminò una sagoma di un uomo alto con un arco teso verso
di me. La mia spada era lontana, ero in trappola. Quando l’individuo si avvicinò lo vidi bene,
i suoi vestiti erano fatti tutti da pelle di animali e questa cosa mi
fece sobbalzare; aveva un teschio rosso come maschera sulla faccia, dai due buchi degli occhi si
vedeva una piccola luce quasi spenta ed aveva una lunga chioma bianca. Quando provai ad alzarmi
quello mi scagliò una freccia che mi sfiorò appena e mi lasciò una strana cicatrice
vicino all’occhio sinistro.
Dopo un attimo quello mise via l’arco e mi disse: "Chiunque resista alla Freccia della Bontà
non può essere malvagio quindi ti accolgo nella mia grotta".
Detto questo si inchinò davanti a me. Feci lo stesso e lo ringraziai. Poi dissi: "Chi sei tu,
vecchio uomo?". "Io mi chiamo Teschio Rosso, ed il perché mi sembra ovvio, vero?".
Annuii, poi lui mi chiese: "E tu come ti chiami, ragazzo". Risposi: "Mi chiamo Osithorn e sono
fuggito dalla battaglia contro i servi del Nemico". Lui mi guardò e mi mise una mano sulla testa,
mi sentii meglio e liberato da un peso dalla testa poi mi disse: "Sì, ho visto con chiarezza ogni
cosa". Lo guardai stupefatto. "Sai leggere nella mente?" gli domandai, e lui mi rispose: "E non
solo quello, sono un mago molto potente o almeno lo ero, ma ora è meglio che ti riposi". Mi
mise di nuovo la mano sulla testa ed io mi addormentai.
Il giorno dopo il cielo era diventato limpido e scintillava un bellissimo sole, ero sempre stato attratto
da quel corpo celeste. Guardai nella grotta ma non c’era traccia del mago a parte un foglietto con
scritto:
"Il momento è arrivato e spero di aver scelto bene il mio successore. Sarai tu a
diffondere il bene in questo triste mondo ed il tuo nome sarà Osithorn rubra calva, in questo
modo avrai anche un po’ del mio nome. Il tuo compito sarà arduo ma sono sicuro
che ce la farai. La tua indole è il combattimento quindi diffonderai il bene con il combattimento.
Ricordati, il tuo potere è grande ora e dovrai fare il possibile per diffondere il bene, ma se
per qualche motivo non riuscirai a farlo sarai punito con il ritorno al tuo vecchio stato
e quindi ritornerai un normale essere umano.
Il tuo maestro Teschio rosso."
Dopo aver letto la lettera non capivo più niente, se io ero anche una buona persona, non sarei
mai riuscito a diffondere il bene, sarebbe stato molto meglio ridiventare un normale essere umano.
Ripresi le mie cose e mi avviai verso un lido sconosciuto, l’unica cosa che sapevo era che appena
arrivato nella prima città che avrei incontrato mi sarei riposato per un po’ di tempo e
se fosse stata una bella città avrei ricominciato una nuova vita dimenticando una grande
parte del passato. Ma dopo un giorno di viaggio arrivai in una grande radura dove c’era molta selva
e molti animali. Ero stanco e mi riposai, stavo facendo un bel sogno di quando ero ancora
molto giovane, ero con mio padre e mi stava donando una fascia da tenere sempre nella tasca dei
pantaloni, diceva che mi avrebbe aiutato in momenti difficili.
Quando mi svegliai presi la fascia dalla tasca e mi accorsi, con mio grande stupore, che su di
essa c’erano scritte della lettere nere e delle lettere rosse, lessi tutte e due le frasi, una
diceva di continuare con il bene ed a diffonderlo, era la frase rossa, mentre l’altra, quella nera,
diceva di continuare a essere buono ma di non diffonderlo. La frase rossa mi ricordava il maestro
per il colore, e quella nera sarebbe quella che avrei scelto normalmente ma mi venne un'idea.
Legai la fascia sulla fronte, subito dopo mi venne in mente la scelta giusta,
non era né l’una né l’altra, era una via di mezzo, dovevo cercare di rimanere il
più possibile com’ero, ma diffondere il bene non doveva essere lo scopo della mia vita, il
mio scopo era cercare qualcosa, qualcosa che... nemmeno io sapevo e so cosa sia. Decisi di fare
così e dopo questa lunga decisione mi avviai di nuovo verso la prima città. Qualche
minuto dopo scorsi dei lampi non molto lontano da lì e, incoriusito
mi avvicinai. Quando arrivai vidi con mio estremo stupore il mago circondato dai lampi
e stava per essere incenerito da questi, quando questo avvenne io mi sentii ancora più forte
di prima uno strano potere stava crescendo in me. Poi arrivarono due strani cavalli alati che
sembravano trasparenti, si vedevano appena. Capii che la mia scelta era giusta perché
altrimenti il mago non sarebbe di certo morto, perché avrebbe dovuto cercare un'altra
persona per affidare il mio compito.
Adesso ero libero da qualunque pensiero ed ero immensamente felice. Partii e dopo circa una
settimana arrivai in una città molto bella e grande, piena di persone felici quindi
decisi di fermarmi lì e di ricomincare una nuova vita...


Questa è l'effigie della mia casata. Quando l'ho ereditata non era esattamente così, io
l'ho modificata un po', come è consuetudine che lo faccia il più giovane della famiglia.
Questo è un rito della nostra antica famiglia.
|