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Dopo aver controllato l'equipaggiamento per l'ultima volta e comprato abbondanti
provviste alimentari (sarebbe stato un viaggio molto lungo), partirono da Midgaard in un pomeriggio
afoso mentre le ombre cominciavano ad allungarsi. Poco tempo prima, esplorando una regione lontana e
a dir poco inospitale, avevano sentito parlare di un sentiero nascosto che conduce chi lo trova in
uno strano luogo. Le informazioni raccolte a riguardo erano scarse e incerte, ma quell'alone di
mistero non fece che accrescere la sete di avventura dei due compagni, di tutti i viaggiatori non i
meno esperti.
Una volta tornati sul luogo delle ricerche, cominciarono a raccogliere nuovi indizi. Il sentiero,
se davvero esisteva, non era raggiungibile da chiunque e comunque non facilmente a meno di conoscere
a menadito ogni singolo anfratto della zona, e forse non bastava nemmeno quello.
Passarono diverse ore e dopo un pasto veloce, si accamparono per la notte facendo dei turni di
guardia. Il primo turno toccava a lei, una gigante con una pesante armatura, nera come la notte, e
armata con uno stiletto scarlatto. Invero si trattava di una mezzelfa, ma il suo compagno di viaggio
si era ormai rassegnato a vederla in quella forma che, pur rendendola meno agile (e aggraziata), le
conferiva grande resistenza e forza. Il secondo turno lo fece lui, il suo non era stato un vero e
proprio sonno, ma piuttosto un riposo, egli infatti dormiva con gli occhi aperti in una condizione
a metà strada tra il sogno e la realtà.
La sua armatura era verde scuro e adoperava un'ascia, insolita per uno della sua schiatta, ma era
l'arma che in assoluto prediligeva.
La mattina, aiutati dalla luce del sole e dalla totale assenza di nubi, trovarono un viottolo
promettente. Mentre seguivano quella pista furono circondati da nemici dall'aspetto terrificante:
taluni parevano deformi destrieri, dal pelo bruno, le cui ungule scintillavano al galoppo; altre
erano creature d'ombra con lunghi artigli; infine umanoidi con denti affilati e occhi vuoti e
incavati, come quelli di un teschio.
Ma, pur numerosi e agguerriti che fossero, nulla poterono contro i due valorosi combattenti, i
quali da più di dieci anni viaggiavano insieme, il loro affiatamento era perfetto e la loro
tecnica di lotta molto raffinata.
I nemici vennero quasi tutti annientati, poiché alcuni di loro anzichè combattere
preferirono saggiamente derubarli e nella confusione molti furti rimasero impuniti.
La lotta fu estenuante e si prolungò fino a sera inoltrata. Dopo essersi rinvigoriti con
del pan di via, i due compagni proseguirono il cammino ed infine trovarono il passaggio tanto
agognato.
Stanchi e soddisfatti decisero di passare lì la notte e attraversarlo il giorno successivo,
alla luce del giorno, riposati e completamente ristabiliti dalle ferite riportate.
Al risveglio, con loro grande stupore, si accorsero che il sentiero che avevano seguito il giorno
precedente era scomparso, come se fosse stato inghiottito dalla notte. Il passaggio tuttavia era
ancora davanti a loro, così, vinto lo smarrimento iniziale, vi penetrarono.
"Siamo giunti infine", disse l'elfo. Lei gli sorrise.
Non è facile descrivere lo scenario che si trovarono di fronte: un territorio perfettamente
piatto che si fondeva con l'orizzonte, non faceva né caldo né freddo, non vi era
luce o oscurità, giorno e notte non si alternavano, erano immersi in un eterno crepuscolo.
Fecero subito il primo curiosissimo incontro: una sorta di ragno dal corpo di forma piramidale.
Nonostante l'aspetto non sembrava aggressivo né particolarmente pericoloso, i due si
misero comunque in guardia e tuttavia non si aspettavano quello che stava per succedere. Infatti
accaddero comtemporaneamente due eventi: il ragno piramide li derubò ed un altro ragno,
dal corpo cubico, spuntato da chissà dove, li attaccò.
Nonostante la sorpresa ebbero facilmente la meglio sulla creatura che li aveva attaccati, e subito
dopo l'altra creatura imparò, ma non potè far tesoro della lezione, che non è
prudente derubare una gigante senza poi scappare a gambe levate.
"Che benvenuto caloroso..." commentò lui ironicamente; "Cominciamo bene..." fece più
pratica lei.
Con i suoi occhi penetranti, egli si accorse che c'erano molte di quelle creature intorno a loro:
non correvano il rischio di annoiarsi, ma preferirono evitarle per quanto possibile.
Camminarono per ore diretti a oriente, il paesaggio non mutava di una virgola. Volsero a nord
come in cerca di una ispirazione e, dopo essersi scontrati con un altro di quei particolari
aracnidi, finalmente videro qualcosa di interessante: una torre. Giunti ai suoi piedi, notarono
una scritta apposta sopra l'enorme portone. L'elfo la lesse a voce alta:
"Solo coloro dal cuore impavido dovrebbero mettere piede qui dentro".
Suonava come l'invito ad una festa per i due esploratori.
Varcata la soglia si ritrovarono in un corridoio. Lo percorsero e giunsero ad una svolta scorgendo
sei creature: erano simili a stelle marine, ma le sottili gambe fungevano da trampoli, facendoli
somigliare a dei ragni. Era un gruppo compatto e combatterli tutti insieme poteva essere pericoloso.
Così l'elfo diede di piglio al suo grande arco, incoccò una freccia, tese la corda e
prese la mira strizzando un occhio. Il dardo schizzò ad una velocità impressionante
e, neanche a dirlo, centrò il ragno più vicino, il quale infuriato corse subito
verso di loro, venendo però ucciso in modo rapido e silenzioso. I due si scambiarono
un'occhiata complice, senza proferire verbo svoltarono l'angolo correndo verso i rimanenti nemici
con una strana espressione in volto. La battaglia infuriava tra morsi di ragni, affondi di pugnale,
graffi di ascia, calci e altre tecniche.
I due sorridevano felici, come se partecipassero ad un gioco fanciullesco, eccitati da quella
aracnomachia di enormi dimensioni.
Non appena furono circondati solo da cadaveri mutilati, ripresero il cammino ma fecero solo
qualche passo. Videro qualcosa, anzì qualcuno, che in un baleno fece cambiare il loro stato
d'animo colmandoli di terrore.
Lei lanciò un urlo: "No!", rabbrividendo.
Lui, più composto ma altrettanto allarmato, "Ahi ahi..."
Erano entrambi studiosi delle antiche tradizioni e conoscevano perfettamente il nome e la fama
di colui che avevano scorto: il signore di quel luogo, una figura maestosa, ancor più della
gigante, i cui occhi viola brillavano.
Anche egli li vide e del resto la loro presenza gli era nota da tempo, così avanzò
verso di loro. Essi scapparono al suo cospetto, ripercorrendo quei lunghi corridoi. Certamente
la loro intenzione era quella di sottrarsi allo scontro, ma mentre correvano all'elfo venne
un'idea: non potevano ancora misurarsi con lui, ma avrebbero potuto verificare la forza e gli
effettivi del suo esercito.
Una volta al sicuro, o perlomeno abbastanza lontani dal pericolo, valutarono che era meglio
riposare. Non avevano idea di che ore fossero, in quel luogo pareva che il tempo non scorresse.
Cercarono un rifugio e dormirono poche ore. Ora cominciavano i veri scontri, duri e impegnativi,
così utilizzarono i preparati che si erano portati dietro. Si trattava di pozioni ed
erbe nei quali risiedono magiche proprietà che proteggono o rendono più forti.
Avevano già preso confidenza col castello, così non fecero fatica per trovare
quello che cercavano: un nuovo gruppo di avversari e di ben altro tipo rispetto a quelli
incontrati finora. Alti e grossi umanoidi, con quattro braccia, la coda e un paio di ali a
ventaglio. Lo scontro fu lungo e duro ma grazie alla loro abilità, alle protezioni
magiche e alla buona sorte, non riportarono ferite particolarmente gravi.
Più avanti incontrarono un'altra pattuglia: anche questi avevano un aspetto vagamente
umano, erano altissimi, delle corna spuntavano dalla fronte della loro testa calva e avevano
una lunga coda che terminava con un escrescenza simile alla palla chiodata di una morning-star.
Questi si dimostrarono validissimi avversari, mettendo a dura prova i due combattenti che
riportarono gravi ferite.
Mentre si riposavano e magiavano un boccone, ebbero una discussione: la gigante voleva combattere
in prima linea facendo scudo all'elfo.
"Non riesco ad aggirarli e non voglio mettere a repentaglio la vostra vita" disse. Ma egli,
dopo un momento di imbarazzo, rise e declinò la proposta, per due ragioni: benché
ella fosse più grande (e probabilmente più forte) di lui, egli non le avrebbe
mai permesso di fare da bersaglio al nemico, ma non per orgoglio, semplicemente non poteva
sopportare di vederla ferita gravemente, inoltre aveva molta fiducia nelle capacità di
lei e benché le sue tecniche fossero molto difficili da attuare, tuttavia sarebbero
alla lunga risultate vincenti. A dimostrarlo fu il successivo scontro con un'altra di
quelle creature simili a minotauri. Infatti i due si alternarono con scioltezza, lei
aggirava l'avversario per poi colpirlo alle spalle con effetti devastanti, attirando le
attenzioni del mostro su di lei, in tal modo l'elfo poteva riprendere fiato per poi sostituirla
nuovamente.
Questo combattimento fu altrettando duro, ma molto più breve.
I due si sorrisero a conferma della bontà di quella strategia di lotta.
Dopo qualche altro scontro si avvidero che si stavano nuovamente avvicinando alle stanze
del signore della torre. L'elfo però aveva ormai intuito la struttura di quell'edificio,
cosi' uscirono all'esterno. Cercarono un luogo tranquillo e dormirono, furono svegliati solo
una volta da un ragno che si pentì amaramente di aver turbato il loro meritato riposo.
Una volta svegli fecero il giro della torre e trovarono un'altra entrata, come l'elfo
prevedeva. In questo modo poterono avvicinarsi ai capitani dell'esercito (o forse alla
guardia personale del signore della torre), senza essere visti. I soldati erano numerosi
ed erano schierati su due ali a protezione del loro signore. Decisero di occuparsi
dell'ala est.
I loro avversari ora non erano più mostri ma erano uomini, alti e snelli.
Era chiaro che essi rappresentavano l'estremo baluardo prima di incontrare lo stesso
signore della torre, quindi dovevano essere forti e spietati.
Consci di ciò, i due avventurieri si prepararono allo scontro migliorando il loro
attacco e la loro difesa con la magia, ma questo non sarebbe bastato contro i nuovi
avversari, ci voleva qualcosa di più. Così l'elfo prese la sua arpa magica
e, accarezzando dolcemente le corde, intonò un canto di potere ed ecco che i
due si sentirono come protetti da una divinità.
Andarono incontro al primo avversario e l'elfo gridava parole di sfida nella lingua antica.
Oltre ad essere straordinariamente forte, il nemico conosceva temibili incantesimi. Lo
scontro fu spettacolare, ma si mise subito male per i due, poiché il loro
avversario evitava tutti i loro colpi e ne metteva a segno di micidiali.
Durante lo scontro l'elfo venne tramutato in lupo mannaro e solo la sua grande forza
interiore gli permise di non perdere la ragione, anche se non riusciva a resistere
all'istinto di ululare e azzannare l'avversario durante la lotta che lo eccitava sempre
di più. La gigante gli lanciò un'occhiata, ma non c'era tempo per preoccuparsi,
era in gioco la sua vita.
Alla lunga i due ebbero la meglio e uscirono vittoriosi dallo scontro. Egli lottava contro
la sua nuova natura, cercando di trattenere la bestia che era in lui, ma arrivò
un altro nemico, cosa che non lo aiutò affatto in quel compito. Durante quello
scontro sfiancante anche lei venne tramutata: in un'orchetta. La coppia era già
strampalata all'inizio, ma ora si erano passati tutti i limiti. Trovato un angolo
relativamente sicuro, con le ultime briciole di coscienza che gli rimanevano, era ormai
in quello stato da parecchio tempo, egli cercò ed ottenne l'aiuto di un'altra
avventuriera che già in altre circostanze si era dimostrata amica.
Con un lampo che sprigionò una luce accecante, arrivò Jibrielle dagli
arcani poteri, che, con incomprensibili formule magiche, fece tornare normali i due
malconci avventurieri. Normali per modo di dire, infatti lei rimase una gigante (stato
che per lei stava diventando la normalità), mentre lui ora era costretto a
indossare un anello magico, diventando così un nano, per poter accrescere la
sua forza.
"Un nano e una gigantessa... mi viene da ridere al solo pensarci" fece la 'gigantessa',
il nano sorrise a metà strada tra il divertito e il rassegnato.
Dopo aver ringraziato gioiosamente Jibrielle, che lanciò un incantesimo di
benedizione prima che la sua immagine sorridente sparisse all'improvviso così
come era apparsa, i due convennero di annientare tutta l'ala est dello schieramento
nemico. Erano entrambi cresciuti, si sentivano più forti e più uniti che
mai, inoltre la nuova magia dava loro una grande carica. Si lanciarono contro un
altro avversario combattendo con un nuovo spirito, scoprendo che la loro forza traeva
origine dalla loro salda amicizia.
Ricordarono tutte le avventure vissute e nuove energie sorsero in loro: avevano raggiunto
uno stato di consapevolezza superiore, forse era proprio questo il motivo che li aveva
spinti a intraprendere quel viaggio.
Romilda era concentratissima e andava quasi sempre a bersaglio, gli affondi del suo
pugnale erano decisi e le ferite inferte profonde e letali.
Egli brandiva la sua ascia e cantava mentre la sua arma fumava del sangue degli avversari
che cadevano uno dopo l'altro. Lottarono per tutto il giorno e tutta la notte, sterminando
tutti i soldati dell'ala est.
Gli ultimi due combattimenti furono di gran lunga i più duri ed entrambi rischiarono
di morire. Capirono che era giunto il momento di tornare a casa.
Dopo aver recitato delle pergamene magiche, si ritrovarono nella piazza di Midgaard,
erano esausti ma, accanto alla stanchezza, dai loro volti traspariva la gioia e la
soddisfazione per quella ennesima impresa. Anche questa volta erano tornati. Andarono
a riposarsi e a ristorarsi in una locanda.
Lì incontrarono Krandal, il quale su preghiera del nano, rimosse l'anello incantato
facendolo tornare elfo, la sua razza originaria e tanto amata.
Egli trasse un profondo respiro. "Sono tornato", disse.
Passarono la notte alla locanda. La mattina seguente, Arsil, esperto di metalli, osservò
attentamente l'ascia che lo aveva accompagnato in mille avventure, avvedendosi che la
lama era vecchia e rovinata.
"Mi serve un'arma" e cominciò una nuova avventura.
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