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Un ultimo sguardo alla montagna: si ergeva imponente pugnalando le candide nubi.
"Chissà cosa direbbe Kilaim se la vedesse", pensai sorridendo.
Faceva un po' freddo lassù, ma nella valle la temperatura era ideale.
Passeggiavo senza produrre il minimo rumore, lontano dai centri abitati, ammirando i bei paesaggi
di quella remota contrada, quando udii innumerevoli grida. "Gabbiani?" mi chiesi stupito. Corsi
nella direzione da cui provenivano quegli irresistibili richiami e ben presto sentii sul viso il
vento del mare e alle mie orecchie giunse il suo dolce fragore. Raggiunsi rapidamente le sponde
e mi fermai. Anar era alto in cielo, mi riparai gli occhi dai suoi raggi e osservai non privo
di gioia e ammirazione lo spettacolo che avevo davanti. Dopo aver cantato a lungo, mangiai un
po' di pane elfico per allontanare la stanchezza (le mie passeggiate sono piuttosto lunghe).
Avevo infatti notato un imbarcadero poco più avanti e decisi di fare un giro in barca.
Era periodo di festeggiamenti e nel piccolo porto non trovai nessuno.
Scelsi una piccola imbarcazione grigia, la trascinai facilmente in acqua e salii a bordo. Felice
e triste nello stesso tempo, come ogni volta che ho a che fare col mare, mi allontanai dalla
riva. Ad un certo punto (ero ormai in mare aperto) persi il controllo della barca, la quale
veniva risucchiata da un grande vortice. Non persi tempo: buttai il remo e presi un sacchetto
dalla sacca da viaggio, ci infilai la mano afferrando una manciata di una fine polverina, ma
mentre la lanciavo in aria le acque mi inghiottirono.
"Oh guarda, al posto del cielo c'è il mare!", esclamai senza rendermi conto del significato
delle mie parole. Avevo appena ripreso i sensi e stavo stirando i miei poveri muscoli indolenziti.
Effettivamente al posto del cielo c'era come un immenso soffitto d'acqua, ero finito in uno strano
luogo che parole non possono descrivere. Ma appena mi guardai bene intorno, la meraviglia fu
superiore a qualunque timore: mi accorsi di trovarmi vicino ad una splendida città, non
avevo mai visto nulla di simile.
Avevo già molte ragioni per essere stupito, ma eccone subito un'altra. Un uomo alto si
stava dirigendo verso di me, era in alta uniforme, indossava un elmo a forma di conchiglia,
uno scudo d'avorio e impugnava un arpione. Mi raggiunse e mi osservò attentamente. Mi
parlò con un linguaggio che ignoravo, composto da suoni armoniosi e piacevoli come onde
che si infrangono sulla spiaggia. Riuscii comunque a dare significato alle sue parole, ma egli
parlò di nuovo utilizzando questa volta la favella comune: "Chi sei? E da dove sei
arrivato?". Non è quello che io chiamo un benvenuto caloroso, ma del resto non avevo un
bell'aspetto ed ero ancora bagnato, così evitai di protestare. "Il mio nome è
Arsil", dissi. "E sono giunto da lì", aggiunsi indicando vagamente l'alto. Egli si
meravigliò e mi chiese di seguirlo. "Un momento!", dissi, "voi chi siete e dove sono
capitato?". "Sono un guardiano", rispose orgogliosamente, "per quanto riguarda la
seconda risposta dovrai attendere". Sospirai e mi decisi a seguirlo.
Mi condusse all'ingresso della città. Camminavamo nella strada principale, io guardavo a
destra e a sinistra, ammirando la suggestiva architettura.
Giungemmo alla piazza della città. Osservando e scambiando qualche parola con gli indigeni,
capii che il loro stile di vita era molto simile a quello della mia gente: trascorrono la
maggior parte del tempo a godersi le gioie della vita e non smettono mai di sorridere. Anche
la guardia, che al principio mi era sembrata un po' scorbutica, adottava questa filosofia, ma
era in servizio e io dovevo rappresentare un'anomalia nella quiete di quelle parti.
"Dove mi state conducendo?", domandai. "Al trono del Signore delle Acque", rispose. Mi immersi
in profondi pensieri (è proprio il caso di usare questa espressione) e non feci altre
domande. La via finiva davanti ad un cancello oltre il quale c'era un grande palazzo circondato
da un giardino. Un bel giardino devo proprio ammetterlo, con uno stagno al centro dove
starnazzavano le oche, fiori coloratissimi e uccelli che cantavano sui rami degli alberi.
Entrammo nell'edificio: l'oro brillava ovunque, anche le pareti sembravano essere di quel
prezioso metallo, e camminavamo su un tappeto che doveva avere un valore inestimabile. C'erano
molti oggetti di arredamento fatti a guisa di pesce, piante marine e via discorrendo. Dopo
aver superato diverse sale giugemmo in una stanza piena di armi e armature, al centro vi era
il trono: un'enorme sedia di legno posta tra due candelabri di marmo. Ai lati stavano due
splendide creature, metà donna metà pesce, e assiso sul trono il Re del Mare.
La guardia, dopo essersi inginocchiata, si avvicinò al suo Signore e conferì
con Lui, poi si allontanò rapidamente, ma non prima di aver fatto un'altra genuflessione.
Il Signore delle Acque mi guardò per qualche minuto, poi parlò.
"Benvenuto Arsil il marinaio", feci un inchino, "ho udito la tua storia. Mi avvedo che non
rappresenti una minaccia per il mio regno e hai licenza di restare e dimorare qui quanto
desideri".
"Vi ringrazio, oh Re", risposi, "mi trovo nella vostra terra mio malgrado, ma
ora che l'ho trovata non voglio dipartirmi prima di godere della sua bellezza e della sua
gloria".
"Sono certo che entrambe non diminuiranno a causa della tua presenza, non mi sono infatti
celate le qualità della tua bella razza".
"Mio Signore, potrei sapere il nome del vostro regno?" domandai.
"Questa terra è chiamata in molti modi" e proseguì raccontandone la storia.
"Ebbi l'impressione di camminare in un mondo di favole mentre percorrevo la vostra bella
città, vi sono nelle leggende più verità di quanto non si creda".
"Dici il vero, inoltre ho il presentimento che tu stesso farai presto parte delle nostre
leggende".
"Finché Voi sederete sul trono la letizia mai abbandonerà questo regno".
Con queste cortesi parole mi congedai ed ebbi modo di visitare prima il palazzo, poi la
città. Passando vicino all'ufficio delle guardie, vidi l'uomo che mi aveva scortato
al palazzo e ci salutammo cordialmente.
Visitando la cittadina, fui incuriosito da un negozio di magia e vi entrai. A gestirlo era
un piccolo uomo con una lunga barba, sembrava molto vecchio e avvizzito, ma sentivo che era
un potente mago. Mi fece molte domande e io gli raccontai volentieri la mia storia. Egli
sorrise.
"In realtà non sei il primo straniero a venire qui", disse appena terminai il mio
resoconto. "Anzi, devo dire che riceviamo spesso visite, anche se ammetto che tu sei
il primo ad essere giunto per quella via", si interruppe all'improvviso.
"No, no, c'è stato anche quel tale... come si chiamava?", e rimase a pensare
per un bel po'.
"Dicevate?" feci come per destarlo.
"Certo, certo, dicevo che di solito i visitatori appaiono dal nulla, magia sapete".
Annuii capendo a cosa si riferiva. "Per non parlare di quando mi evocano direttamente per
richiedere i miei articoli", sospirò e proseguì seccato "Pensi che poi
mi riportino qui? Niente affatto, niente affatto, quando non gli servò più
mi abbandonano e mi tocca tornare da solo".
Cercai di consolarlo: "Mi spiace che ad una persona importante come voi sia riservato
questo trattamento", mi sorrise grato, "Si dice che la saggezza sia una quantità
costante, mentre la popolazione aumenta continuamente" aggiunsi provocando una scrosciante
risata. Salutai gioiosamente l'alchimista e continuai il giro. Erano passati alcuni
giorni e ormai avevo visto quasi tutto quello che la città aveva da offrire e
avevo conosciuto molte persone: una locandiera logorroica, pescatori, boscaioli e molti altri.
Probabilmente starete lamentando che in questo racconto c'è poca azione. Non posso
biasimarvi. Spesso per poter apprezzare le cose belle è necessario rischiare di
perderle, inoltre pace e tranquillità hanno poco significato se non si è
conosciuto il pericolo. Così ora vi racconterò l'avventura che mi è
capitata quando pensavo che il mio viaggio fosse quasi finito.
C'era ancora un posto che dovevo visitare: il cimitero. Un sepolcro in particolare
attirò la mia attenzione, sulla pietra tombale vi era una scritta consunta dal
tempo. Riuscii a ricostruire la frase grazie ad un'altra iscrizione posta su una tomba
con fiori freschi. Gli stessi fiori che vidi al giardino del palazzo qualche giorno prima.
Incuriosito tornai all'angolo buio dove stava la prima tomba, osservando più
attentamente notai che la pietra si poteva spostare: celava un passaggio segreto. Andare
sotto terra non mi è mai piaciuto, vi dimorano alcune delle creature più
spaventose che ci siano. Ma quel giorno la curiosità fu più forte,
così scesi la scala e mi inoltrai nel buio. La tomba si richiuse alle mie spalle,
ero in trappola.
"Ora arrivano i vampiri", pensai poco propenso ad essere ottimista.
Avanzavo lentamente tastando il muro con la mano, l'oscurità era totale. Percorsi
diversi cunicoli, lottai contro ratti giganti e pipistrelli. Non rappresentavano una vera
minaccia per la mia incolumità, eppure c'era qualcosa in quelle creature che mi
faceva venire i brividi e preferivo evitarle piuttosto che scontrarmi con esse.
Nel punto in cui l'oscurità era più fitta, dimorava una creatura terribile
e dal grande potere: un drago oscuro. Questo era proprio il tipo di avversario che mi
piaceva affrontare. I suoi artigli erano neri come la tenebra e affilati come coltelli,
ma la mia spada balenava come ghiaccio. Il mio primo fendente andò a segno,
mentre le sue grinfie si muovevano troppo lentamente per acciuffarmi. Ma i draghi, si
sa, hanno altre armi. Questo soffiava gas e non potevo certo evitare il suo alito letale.
Con una zampata mi disarmò, ma ripresi subito l'arma e mi lanciai dritto contro
di lui, parò i miei colpi ed io evitai ancora i suoi. Gli sferrai un calcio, lui
replicò con un altro soffio di gas. Misi a segno un altro micidiale fendente, il
drago cominciava a sanguinare abbondantemente, io invece avevo molte ferite e bruciature.
Mi disarmò nuovamente e soffiò ancora, questa volta il gas mi investì
in pieno e venni avvelenato. Persi vigore, ma ripresi l'arma colpendolo nuovamente.
Mi disarmò per l'ennesima volta con i suoi lunghi artigli, allora lo colpii con
un calcio, con un balzo ripresi la spada e, con un movimento così veloce che lo
sguardo quasi non riusciva a seguirlo, feci una grande croce sul suo petto squarciandolo.
Cadde a terra privo di vita.
Dolorante, trangugiai una pozione per eliminare il veleno dal mio sangue elfico e mi
misi subito in cerca dell'uscita, sperando che ve ne fosse una. La fortuna tornò a
girare e la mia mano sfiorò qualcosa di metallico, una scaletta che saliva in alto,
la percorsi e aprii la botola, ritrovandomi davanti alla fontana della piazza. Alzai la
testa verso il mare e respirai a pieni polmoni quell'aria frizzante.
Imitando gli altri esploratori, del resto se vi erano due modi per raggiungere quella
terra ve ne era uno solo per lasciarla, presi una pozione bianca e la trangugiai non senza
un pizzico di rimpianto. Mi ritrovai a Midgaard, la sovraffollata, la caotica città
degli uomini, la mia unica consolazione era che almeno potevo nuovamente alzare gli occhi
al cielo.
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